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February 14, 2011
Già per diversi anni condottiero dei Sorta, misconosciuta realtà dell’indie rock texano con quattro album e due ep all’attivo in dieci anni di carriera, Trey Johnson si sta pazientemente ricollocando sulla scena di Dallas: nel 2010 la pubblicazione del suo secondo capitolo, Where The East Ends. Tornato sui passi di una scrittura molto più classica, rispetto ad un esordio, Mount Pelèe, decisamente interessato alla sperimentazione sonora, Johnson si rivela una volta di più irresistibile artigiano di melodie pop e filastrocche folk, questa volta debitamente mescolate ad una scaletta solare e imprevedibile, che comprende sconfinamenti nel soul, nello swing, nella tradizione americana in generale. Prodotto con il fidato collaboratore e chitarrista Don Cento e la supervisione di Paul Williams (Polyphonic Spree, Reverend Horton Heat), Where The East Ends si serve volentieri di un lunga lista di ospiti ma non perde la bussola del songwriting: Trey Johnson resta fedele all’idea di una canzone familiare e genuina, che riesce a sostenersi con pochi ingredienti di assoluta naturalezza. Da qui arrivano la cantilena pop irresistibile di Born & Raised con la sua sezione fiati, la ballata rock carezzevole di Wear You Down, una A Long Time che resuscita sapori e colori seventies e mette in vetrina prepotentemente il retrogusto soul che spesso guida le composizioni di Johnson. Rain ha un ascendente beatlesiano (magari passato al setaccio dai Wilco), Salt of the Earth si fa più drammatica, ma è con il breve ragtime strumentale di Auntie mo Rag che il disco si fa più tradizionalista: sbucano allora lo swing blues fuori tempo di Call Anytime e una Kentucky che fra un rustico banjo e un piano boogie sa di vecchia America e crocicchi sudisti. Un bel disco che passerà ancora inosservato, purtroppo.
(Fabio Cerbone)

Già per diversi anni condottiero dei Sorta, misconosciuta realtà dell’indie rock texano con quattro album e due ep all’attivo in dieci anni di carriera, Trey Johnson si sta pazientemente ricollocando sulla scena di Dallas: nel 2010 la pubblicazione del suo secondo capitolo, Where The East Ends. Tornato sui passi di una scrittura molto più classica, rispetto ad un esordio, Mount Pelèe, decisamente interessato alla sperimentazione sonora, Johnson si rivela una volta di più irresistibile artigiano di melodie pop e filastrocche folk, questa volta debitamente mescolate ad una scaletta solare e imprevedibile, che comprende sconfinamenti nel soul, nello swing, nella tradizione americana in generale. Prodotto con il fidato collaboratore e chitarrista Don Cento e la supervisione di Paul Williams (Polyphonic Spree, Reverend Horton Heat), Where The East Ends si serve volentieri di un lunga lista di ospiti ma non perde la bussola del songwriting: Trey Johnson resta fedele all’idea di una canzone familiare e genuina, che riesce a sostenersi con pochi ingredienti di assoluta naturalezza. Da qui arrivano la cantilena pop irresistibile di Born & Raised con la sua sezione fiati, la ballata rock carezzevole di Wear You Down, una A Long Time che resuscita sapori e colori seventies e mette in vetrina prepotentemente il retrogusto soul che spesso guida le composizioni di Johnson. Rain ha un ascendente beatlesiano (magari passato al setaccio dai Wilco), Salt of the Earth si fa più drammatica, ma è con il breve ragtime strumentale di Auntie mo Rag che il disco si fa più tradizionalista: sbucano allora lo swing blues fuori tempo di Call Anytime e una Kentucky che fra un rustico banjo e un piano boogie sa di vecchia America e crocicchi sudisti. Un bel disco che passerà ancora inosservato, purtroppo. (Fabio Cerbone)

Already for different years commander of the Sort, unacknowledged reality of the Indian Texan rock with four album and two ep to the profit in ten years of career, Trey Johnson patient is ricollocando on the stage of Dallas: in 2010 the publication of its second chapter, Where The East Ends.  Returned on the steps of a writing a lot plus classic, with respect to a debut, Mount Pelèe, determined interested to the resonant experimentation, Johnson itself yourselves it it a time of more irresistible pop craftsman of melodies and folk nonsense rhymes, this time duly blended to a solar and unpredictable staircase, that includes trespasses in the soul, in the swing, in the American tradition in general.  Produced with the reliable contributor and guitarist Don Hundred and the supervision of Paul Williams (Polyphonic Spree, Reverend Horton Heat), Where The East Ends it is served willingly of a long strip of hosts but does not lose the compass of the songwriting:  Trey Johnson remains faithful to the idea of a familiar and genuine song, that succeeds to support itself with little ingredients of absolute naturalness.  Hence they arrive the pop lullaby irresistible of Born & Raised with its section you speak, affectionate rock of Wear danced it You Down, a TO Long Thyme that resuscitates tastes and colors seventies and puts in window overbearingly the retrogusto soul that thick leader the compositions of Johnson.  Rain has an upward beatlesiano (even if passed to the screen from the Wilco), Salt of the Earth is done dramaticcer, but is with the short instrumental ragtime of Auntie mo Rag that the disk is done plus traditionalist: emerge then the swing blues out of time of Call Anytime and a Kentucky that between a country banjo and a slow boogie knows of old America and crossroads southerner.  A fine disk that will pass still unobserved, unfortunately.  (Fabio Cerbone)

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